Vorrei se è possibile, continuare in italiano, se mi dà un minutino.
Il report sulla Convenzione di Istanbul, giuridicamente vincolante in Europa per la prevenzione e il contrasto della violenza di genere, ci mette di fronte a una verità semplice ma scomoda: accanto a importanti progressi normativi, persistono criticità strutturali, che ostacolano la piena attuazione.
E non parliamo solo di norme e di numeri, parliamo di cultura, di società, di donne, di ragazze, di bambine.
In molti Paesi europei, purtroppo, stiamo assistendo a un arretramento culturale, alimentato anche da movimenti che ripropongono pericolosi stereotipi di genere, che pensavamo superati, come quello delle tradwives, basato su modelli di sottomissione femminile.
Assistiamo a una preoccupante paralisi anche sul tema del consenso e anch'io qui lo ribadisco ad alta voce, anche per il mio Paese, l'Italia: solo un sì è un sì.
Per non parlare anche degli approcci culturali e politici, politici purtroppo, che non riconoscono la violenza contro le donne come fenomeno strutturale.
Quindi, visto che la campanella sta suonando, vi chiedo, colleghe e colleghi...
(Discorso in italiano non pronunciato, Regolamento Art. 31.2)
Signora Presidente,
Cari colleghi,
A quasi 12 anni dall’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul, dobbiamo riconoscerne con forza il valore perché ha alzato gli standard, migliorato le legislazioni nazionali, rafforzato la protezione delle vittime e reso la violenza contro le donne una priorità politica. Lo dimostrano i monitoraggi svolti dal GREVIO negli Stati aderenti.
Ma dobbiamo essere altrettanto onesti, non basta e non è ancora sufficiente, i rapporti del GREVIO evidenziano lacune ancora significative, bassi livelli di denuncia e di condanna, servizi di supporto non sempre adeguati, risorse insufficienti e una persistente mancanza di fiducia nel sistema.
Questo significa che, accanto all’iniziativa legislativa dei Parlamenti nazionali, dobbiamo agire sulla cultura e sulla formazione. Fondamentale il tema del consenso che non è un elemento accessorio, è il cuore delle relazioni umane e il confine tra libertà e violenza.
Costruire una cultura del consenso significa lavorare sull’educazione, sulla prevenzione e sul superamento di stereotipi ancora profondamente radicati. Allo stesso tempo, non possiamo sottovalutare le nuove forme di violenza che si sviluppano nello spazio digitale: molestie online, diffusione non consensuale di contenuti, fino all’uso dell’intelligenza artificiale per creare abusi sempre più sofisticati e difficili da contrastare.
Per questo è fondamentale coinvolgere attivamente uomini e ragazzi, la lotta alla violenza di genere riguarda tutta la società e richiede responsabilità condivise e un cambiamento nei comportamenti. Nella Repubblica di San Marino, anche il primo ciclo di monitoraggio del GREVIO ha evidenziato progressi importanti.
Abbiamo avviato percorsi educativi su rispetto e relazioni, ma sappiamo che è necessario rafforzare un’educazione completa e adeguata all’età, che includa pienamente la cultura del consenso. In questo percorso, il ruolo delle istituzioni e della società civile è essenziale.
In un piccolo Stato come San Marino, il contributo della società civile è ancora più evidente, affianca le istituzioni, supporta le vittime e può essere motore di un cambiamento culturale reale. Abbiamo compiuto importanti passi in avanti, riconosciuti anche dal GREVIO, sul piano normativo, nei piani d’azione e nella costruzione della rete antiviolenza.
Ma proprio grazie a questo prezioso monitoraggio sappiamo che dobbiamo fare di più. E qui il ruolo dei parlamentari è decisivo, difendere la Convenzione di Istanbul, contrastare la disinformazione, garantire risorse adeguate e promuovere politiche efficaci.
Perché una democrazia non è davvero tale se non garantisce a tutte le donne di vivere libere dalla violenza.
Per queste ragioni, esprimo il mio pieno sostegno a entrambi i rapporti e desidero ringraziare la relatrice Mme Zita GURMAI per il lavoro svolto.
Grazie.
Grazie Presidente, io ho apprezzato molto il Suo intervento.
La mia domanda parte proprio dal Suo intervento, perché noi sappiamo che la Bosnia è un'entità costituita da tre comunità e due entità statali. Questa ripartizione, in questi 30 anni che ci separano da Dayton, in realtà ha dato luogo a una rigida gestione etnica di tutte le istituzioni che si è tradotta in una paralisi spesso delle decisioni.
Allora, come si intende superare questa situazione? Lei ne ha parlato molto ma, concretamente, quali sono gli atti che Lei intende mettere in essere per garantire una coesione e un'unità della Bosnia-Erzegovina molto più alta, anche alla luce delle spinte separatistiche, per esempio in Srpska, che spesso mettono a rischio l'esistenza stessa della Bosnia-Erzegovina?