Grazie signor Presidente,
grazie della sua presenza.
Quest'anno come lei ha ricordato si celebreranno 60 anni dal dispiegamento di una forza di interposizione ONU e 50 anni dalla divisione dell'isola.
Almeno cinque generazioni, tra cui la sua, sono nate, cresciute e vissute in un'isola divisa. Dal piano Annan e i negoziati di Crans-Montana tutti i tentativi in questi anni per arrivare a una soluzione sono falliti.
Allora io le chiedo, perché bisogna fare delle domande, quali sono secondo lei gli ostacoli che hanno impedito fino ad oggi una riunificazione dell'isola. La soluzione del Piano Annan, una repubblica federale bi-zonale e bi-comunale è ancora valida? Ci sono le condizioni per realizzarle? Quali sono secondo lei? Ci sono le condizioni perché questa soluzione consenta ai cittadini turco-ciprioti di riconoscersi?
E in ogni caso quali sono le proposte che lei intende avanzare per avanzare il progetto? Visto che ha appena detto, e io ho apprezzato molto, che considera un suo obiettivo strategico la riunificazione.
Infine, lei sa che io sono rapporteur per Varosha, lo ha citato. Ho visitato quella città deserta e vorrei chiedere anche questo: come pensa che sia possibile un accordo su Varosha. Se è possibile e come lei intende lavorare per facilitare l'arrivo ad un accordo anche sullo status di Varosha.
Grazie.
Grazie Signor Presidente.
Considerata la delicatezza della materia parlerò in italiano.
Da 100 giorni il mondo assiste con angoscia alla gravissima crisi che ha investito il 7 ottobre il Medio Oriente.
Una crisi innescata da Hamas che il 7 ottobre ha invaso i territori israeliani confinanti con la striscia di Gaza, sterminando intere famiglie, facendo strage di giovani che assistevano a un concerto, devastando kibbutz, violentando in modo efferato giovani ragazze e madri di famiglia e sequestrando e deportando oltre 200 persone, 130 delle quali tuttora ostaggi di Hamas.
E vorrei anzitutto esprimere la nostra solidarietà alle famiglie delle vittime e degli ostaggi. Un massacro che non può essere giustificato in alcun modo. Né può essere giustificato invocando l'occupazione israeliana della Cisgiordania, il cui status attuale - è bene ricordarlo - è stato definito con gli accordi sottoscritti tra Israele e Autorità Nazionale Palestinese.
Di fronte al massacro, Israele ha reagito entrando nella striscia di Gaza con un’azione militare, con massicci bombardamenti aerei e combattimenti di terra finalizzati al duplice obiettivo di liberare gli ostaggi e distruggere le strutture di Hamas. Questo intervento ha provocato continui spostamenti degli oltre 2 milioni di abitanti di Gaza che vivono in una condizione di grande precarietà, in tendopoli di emergenza, con aiuti alimentari insufficienti, con strutture sanitarie inadeguate.
E ha colpito l’opinione pubblica mondiale il numero di oltre 25.000 vittime, tra cui molte donne, bambini, anziani. Una quantità che parte della comunità internazionale giudica sproporzionata.
Anche se va ricordato che ha concorso a quell’alto numero di vittime la strategia di Hamas di trasformare il territorio di Gaza in una base militare, costruendo nel sottosuolo una gigantesca rete di tunnel e gallerie sotto scuole, ospedali, moschee, uffici, abitazioni.
In questi 100 giorni si sono avute fragili e brevi tregue che hanno consentito scambi tra ostaggi e detenuti palestinesi.
Ciò non ha tuttavia ridotto l’asprezza della guerra che, anzi, conosce il rischio di un allargamento.
Con le iniziative di Hezbollah sul confine israelo-libanese, con il lancio di missili da parte degli Houti yemeniti, e con la regia del regime di Teheran.
In questo periodo la Corte Internazionale di giustizia, su iniziativa del Sud Africa, ha aperto un procedimento contro Israele accusato del crimine di genocidio. Accusa respinta da Israele. E appare quanto meno curioso che nessuna indagine, fino ad oggi, sia stata aperta sui massacri di Hamas.
Di fronte a questo quadro critico si è sviluppata una forte iniziativa internazionale per la liberazione degli ostaggi, per fermare le armi e aprire la strada ad una soluzione politica.
Particolarmente attivi gli Stati Uniti con un impegno diretto del Presidente Biden e una presenza continua nella regione del segretario di Stato Blinken.
Le Nazioni Unite e il suo Segretario generale hanno ripetutamente sollecitato l’allentamento delle ostilità militari, la liberazione degli ostaggi e la facilitazione dell’inoltro degli aiuti umanitari. E il Consiglio di Sicurezza ha adottato, non senza travaglio, una risoluzione in questa direzione. Anche l’Unione europea si è attivata per favorire il superamento della crisi proponendo la convocazione di una Conferenza internazionale di pace.
Nonostante tutto ciò la guerra continua. E dunque occorre accelerare la ricerca di una soluzione politica, obiettivo che deve perseguire anche la nostra Assemblea.
In primo luogo ci deve essere la liberazione degli ostaggi, richiesta a gran voce dalle famiglie e da una sempre più larga opinione pubblica israeliana come si è visto ancora nelle grandi manifestazioni dei giorni scorsi.
In secondo luogo occorre arrivare presto a un cessate il fuoco, almeno temporaneo, che faciliti la liberazione degli ostaggi, consenta il ritorno dei palestinesi alle loro abitazioni, favorisca l’inoltro degli aiuti umanitari e sanitari necessari. E consenta di verificare la possibilità di riaprire la strada alla soluzione 2 popoli/2 Stati.
Questa soluzione appare l’unica possibile perché in quella terra vivono due diritti: il diritto di Israele a vivere sicuro e riconosciuto dai suoi vicini e il diritto dei palestinesi ad avere una patria. Diritti entrambi legittimi e che devono essere entrambi riconosciuti. Questa soluzione tuttavia non è priva di ostacoli.
Il primo ministro Nethanyahu ha reiterato più volte la sua contrarietà alla creazione di uno Stato palestinese. E invece per negoziare un accordo occorre una leadership israeliana che lo voglia fare. L’ANP è debole e minato da divisioni. E anche su questo fronte serve un rinnovamento della leadership.
Rimane irrisolto il tema di chi, almeno transitoriamente, dovrà gestire Gaza. E in ogni caso di fronte a un accordo tra Israele e ANP, è prevedibile che Hamas continuerebbe la sua attività perseguendo la distruzione di Israele e invocando come fa ogni giorno “un'unica Palestina da Gerusalemme al mare”.
A questo quadro critico concorre anche in Cisgiordania l’attività aggressiva e violenta di gruppi di in coloni verso villaggi palestinesi. Attività che chiediamo di contrastare con fermezza alle autorità israeliane. Infine, l’emozione suscitata dalle tante vittime della guerra ha portato a manifestazioni contro Israele, spesso con slogan antisemiti, antisionisti e antiebraici. Sono atteggiamenti inaccettabili che vanno contrastati con grande fermezza, ben consapevoli di quante tragedie l’antisemitismo ha provocato nella storia europea e del mondo. Così come vanno contrastate manifestazioni di islamofobia, evitando l’errore di assimilare i palestinesi ad Hamas.
Concludendo, cari colleghi, serve una forte iniziativa internazionale per fermare la guerra, ottenere la liberazione degli ostaggi, restituire Gaza a una vita civile e aprire la strada a una soluzione politica.
Anche la nostra Assemblea è chiamata a fare la propria parte, intensificando la cooperazione con la Knesset e il Consiglio Legislativo Palestinese e promuovendo soprattutto la cooperazione tra loro.
Vi ringrazio dell’attenzione e vi invito a sostenere la Risoluzione che abbiamo presentato a nome della commissione politica.
Grazie.
Grazie Presidente,
ma io credo che il dibattito dimostra quanto questa crisi scuota le coscienze di ciascuno di noi, e credo che sia naturale che sia così.
Di fronte al massacro dei cittadini ebrei del 7 ottobre, di fronte al numero enorme di vittime civili in Palestina, è del tutto evidente che ci siano sentimenti ed emozioni.
La politica non prescinde mai dai sentimenti e delle emozioni.
Però io penso anche che bisogna riuscire a guardare le cose senza avere nessuna forma di passività o di cinismo, con razionalità. Allora io non credo che si possa per esempio dire come ho sentito in alcuni interventi: "condanniamo Hamas? Ma gli israeliani?" Come se le due cose fossero sullo stesso piano. Perché non sono sullo stesso piano.
Le brutalità che Hamas ha commesso sono tali da non poter essere comparate con l'offensiva militare israeliana. Poi quell'offensiva militare ha fatto molte vittime, ne ha fatte troppe. Questo ci porta a criticare Netanyahu e il suo governo per le scelte che ha fatto? Sì, ma non c'è comparazione tra Hamas e Israele, mi dispiace, questo bisogna averlo chiaro.
Perché se stabiliamo una comparazione, noi cambiamo la lettura di quel massacro. Così come non c'è nessuna giustificazione per il massacro di Hamas. Spesso si dice "sì ma Hamas ha fatto quello, lo condanniamo ma l'occupazione della Cisgiordania...". Ma sono due cose che stanno un livello assolutamente diverso, che non sono assolutamente comparabili.
Quindi io credo che dobbiamo avere la lucidità di sapere che Hamas è un'organizzazione che ha un solo obiettivo, ribadito ancora ieri da uno dei suoi leader principali e cioè un'unica Palestina da Gerusalemme al mare, la distruzione di Israele, la cacciata degli ebrei dalla terra del Medio Oriente.
Allora noi dobbiamo essere su questo netti. Non è che condanniamo solo un massacro, condanniamo una strategia di cui quel massacro è stato l'espressione più cruda e più brutale. Ma è una strategia politica di Hamas che noi condanniamo e che non possiamo accettare.
Dopodiché sappiamo anche che il numero di vittime che si è prodotto in Palestina è enorme e non abbiamo nessuna esitazione a dire che c'è stata certamente una sproporzione. Lo ha riconosciuto il presidente degli Stati Uniti Biden, lo ha detto Blinken, l'ha detto Sullivan, l'hanno detto quelli dell'Unione europea, lo diciamo anche noi.
Quindi non è che manca una capacità critica, ma ripeto una capacità critica che non confonde le responsabilità. Vedete, e poi finisco, c'è una differenza.
Stamattina Mr Frank SCHWABE ha citato nel suo intervento una bella intervista concessa stamattina dall'ex Primo Ministro israeliano Ehud Olmert a un giornale internazionale. Olmert ha detto una cosa da ex Primo Ministro israeliano. Ha detto una cosa molto semplice: si può criticare Netanyahu ma la critica Netanyahu non deve significare la demonizzazione e la criminalizzazione di Israele. Mi pare una cosa di buon senso.
Ed è esattamente questo che noi dobbiamo fare. Io non risparmio nessuna critica a Netanyahu. Non dimentico che quando morì Yitzkah Rabin, Netanyahu disse: con la morte di Rabin è morto Oslo. E se volete Netanyahu è stato coerente, ha fatto di tutto perché Oslo non fosse applicata e per questo io credo vada criticato fortemente, non solo per quello che fa oggi, ma per tutte le responsabilità che ha avuto in questi 20 anni.
Ma questo non mi porta ad avere un atteggiamento di criminalizzazione verso Israele, di negazione dei suoi diritti, di negazione della sua esistenza, perché sono due livelli radicalmente diversi. Segnalo che invece nessuno del mondo arabo anche moderato e neanche la ANP ha espresso una condanna chiara, inequivoca, esplicita del massacro di Hamas.
Anche questa è una differenza che forse bisogna cogliere.
Infine credo che la cosa fondamentale, sono d'accordo con la sollecitazione che è venuta da tutti, è ottenere un cessate al fuoco perché cambia radicalmente il contesto dello sviluppo di questo conflitto.
Un cessate il fuoco per fermare intanto le armi, perché ogni giorno di guerra sono morti, distruzioni, devastazioni e dobbiamo fermarli. Cessate il fuoco perché questo può favorire la ripresa delle trattative di un negoziato per la liberazione degli ostaggi. Cessate il fuoco per consentire alla popolazione palestinese che vive nelle tende di tornare nelle proprie case.
Cessate il fuoco per far passare questo conflitto dalle armi alla ricerca di una soluzione politica che tuttavia, l'ho detto nella mia relazione e non vi prendo altro tempo, tutti diciamo due popoli due stati e io sono stra convinto come voi, badate che non basta dirlo; perché quello che si è prodotto in queste settimane rende difficile anche la costruzione di quella soluzione.
E proprio per questo si richiede una forte iniziativa internazionale per superare gli ostacoli e cercare di costruire le condizioni della realizzazione di quella soluzione.
Vi ringrazio dell'attenzione.
(Discorso in italiano non pronunciato, Regolamento Art. 31.2)
Grazie Presidente, grazie al relatore Piero Fassino per aver condotto con grande competenza e sensibilità questo complesso e delicato tema.
Il teatro di guerra ormai è globale.
In Ucraina si compiono i due anni di guerra con centinaia di migliaia di morti, milioni i profughi in fuga ed un terzo del paese distrutto. In Siria, dopo 13 anni di guerra centinaia di migliaia di morti, convivenza inter-religiosa e inter-comunitaria secolari distrutte. In Africa guerre e neo-colonialismo non hanno mai cessato di coesistere e di schiacciare le speranze di democrazia e libertà.
L’ultimo e drammatico esempio di questa spirale distruttiva è ancora una volta in Medio Oriente, dove all’atroce attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre, che ha provocato 1200 vittime, più di 200 persone prese in ostaggio e scatenato la violenza dei terroristi con stupri sulle donne israeliane, il governo israeliano ha risposto con l’assedio della Striscia di Gaza, con bombardamenti a tappeto, che dopo più di 100 giorni hanno sterminato 25.000 palestinesi, bambini, donne e anziani, provocato la distruzione di ospedali, scuole, presidi delle Nazioni Unite: atroci crimini di guerra!
E l’elenco purtroppo non finisce qui ...
Non c’è altra via, per fermare questa follia che è la guerra, di schierarsi per la pace, per il diritto internazionale, per la riconversione civile e sostenibile dell’economia, investendo in un sistema riformato, senza più veti, delle Nazioni Unite e nella cooperazione e nella sovranità dei popoli, eliminando le vecchie e le nuove forme di colonialismo, la sicurezza impostata sulla deterrenza nucleare e sui blocchi militari contrapposti, la spoliazione delle risorse naturali ed intellettuali dal Sud del mondo e costruire, insieme, una società globale pacifica, nonviolenta, responsabile per consegnare alle future generazioni un mondo migliore di quello ricevuto.
La guerra non è mai una soluzione e l’orrore non può diventare un’abitudine.
Ha detto il Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella:
“la guerra, ogni guerra, è un moltiplicatore di lutti e di sofferenze; è stata la pace, non la guerra, ad assicurare stabilità e progresso. È stato il dialogo, non lo scontro, a permettere le grandi conquiste civili, economiche e sociali di questi settanta anni. Sono state le intese, le alleanze non aggressive, le unioni a livello sovranazionale, e non le chiusure e le barriere, a garantire al nostro Paese, e agli altri, la libertà, la democrazia, il benessere, lo sviluppo”.
Mobilitarsi oggi per la pace, per il disarmo, per la nonviolenza significa affrontare le sfide globali che abbiamo di fronte e che stanno distruggendo la convivenza, le democrazie, il pianeta.
Oggi dobbiamo chiedere con forza Il cessate il fuoco immediato e permanente in Medio Oriente
- la liberazione degli ostaggi israeliani e dei prigionieri palestinesi
- la smilitarizzazione di Hamas e di tutte le sue milizie
- la fine dell’attacco e dell’assedio israeliano a Gaza
- la convocazione di una conferenza internazionale di pace
- il riconoscimento dello stato di Palestina
- la fine dell’occupazione e uguali diritti per due popoli.
(Discorso in italiano non pronunciato, Regolamento Art. 31.2)
Signor Presidente, egregi colleghi,
Il mondo intero ha appreso con orrore quanto accaduto il 7 ottobre. Increduli, abbiamo appreso e continuiamo ad apprendere sempre più dettagli sul barbaro attacco compiuto da Hamas contro migliaia di giovani, donne, bambini, uomini. Persone inermi che stavano vivendo la loro quotidianità. Abbiamo ascoltato in quest’aula dalla voce di Meirav Ben Ari le testimonianze di sopravvissuti che raccontano di bambini torturati davanti ai loro genitori e genitori torturati davanti ai loro bambini, di intere famiglie bruciate vive, di ragazze stuprate e mutilate prima di essere uccise. E gli autori di questo orrore hanno ripreso tutto questo sangue, tutto questo dolore inenarrabile con le bodycam, per mostrarli al mondo e vantarsi di questa disumana violenza.
Ancora molti ostaggi israeliani di tutte le età sono tenuti al buio dei tunnel, costruiti sotto scuole, ospedali, case… .
Esprimiamo solidarietà alle vittime, a tutte le vittime indistintamente. Ma ancora una volta dobbiamo affermare che i terroristi di Hamas hanno vigliaccamente usato il popolo palestinese come scudo umano. E quindi sono loro i responsabili di tutte le vittime. E sottolineo responsabili di tutte le vittime! Li abbiamo visti rubare molti degli aiuti umanitari destinati ai civili di Gaza, così come li abbiamo visti rubare il carburante che sarebbe dovuto servire per pompare l’acqua e per far funzionare gli ospedali. La stessa Unrwa aveva testimoniato in un tweet il furto di carburante da parte di Hamas. E anche se poi il tweet è stato cancellato esistono molte immagini a testimonianza di quanto viene denunciato da mesi. Anche le vittime palestinesi sono vittime di Hamas, che più volte ha dichiarato attraverso i propri leader di volere la guerra permanente, di volere il sangue di quello che dovrebbe essere il suo popolo. Come potremo mai dimenticare quanto detto dal leader politico di Hamas Ismail Haniyeh nel video messaggio diffuso a sostegno della Jihad islamica: “Abbiamo bisogno del sangue delle donne, dei bambini e degli anziani (di Gaza) per risvegliare dentro di noi lo spirito rivoluzionario…. Per spingerci ad andare avanti”.
Parole così feroci che le abbiamo rimosse. Invece dobbiamo tenerle presenti quando pensiamo a come arrivare alla pace. La pace deve essere una pace giusta che difenda il diritto di Israele ad esistere e a vivere in pace. Che difenda il diritto di Israele a difendersi.
Gli ostaggi devono essere liberati senza condizioni, e l’organizzazione di Hamas deve essere smantellata. Ma è proprio di oggi la notizia che Hamas ha respinto la proposta israeliana di un cessate il fuoco di due mesi a fronte del rilascio di tutti gli ostaggi. Proposta che comprendeva anche la liberazione di prigionieri palestinesi e la possibilità per i leader di Hamas di lasciare Gaza per trasferirsi in altri Paesi. Dobbiamo lavorare per evitare l’allargamento del conflitto e contribuire alla de-escalation del conflitto.
La prospettiva resta due popoli e due Stati, ma è chiaro che non può essere Hamas l’interlocutore. Perché l’obiettivo di Hamas non è quello di difendere il popolo palestinese, ma creare fratture incolmabili.
(Discorso in italiano non pronunciato, Regolamento Art. 31.2)
Presidente,
Sappiamo quanto la 'narrazione' influenzi pesantemente la percezione delle persone.
Ogni democrazia vive nel rapporto con l'opinione pubblica.
È fondamentale che questa relazione sia corretta, se vogliamo costruire democrazia e contrastare torsioni autoritarie che spesso fanno leva su un uso politico della disinformazione.
Sia in rete sia in TV, in un rimbalzo mediatico, avviene da tempo una 'monetizzazione dell'odio'. Che qui va denunciata.
Contenuti aggressivi e discriminatori utilizzati per fare ascolto e per aumentare le interazioni e il traffico sui social, con un uso sensazionalistico e violento di notizie utilizzate fuori contesto.
'Gli immigrati ci rubano il lavoro / c'è un'invasione di migranti / gli immigrati portano delinquenza e malattie'
Sono esempi di affermazioni che non hanno in assoluto un fondamento, ma che ripetute ossessivamente vengono inculcate nell'opinione pubblica.
Già da anni c'è un ruolo centrale dell’hate speech nelle campagne elettorali, imperniato sul tema dei migranti.
Amnesty International Italia evidenzia tutto questo nel suo 'Barometro dell'odio.'
È impressionante il tentativo di criminalizzare la solidarietà e gi attori che se ne fanno carico (ong, associazioni, sistema di accoglienza).
Un rovesciamento del piano etico-morale, per cui chi aiuta è costretto a giustificarsi, mentre l'indifferenza è legittimata e incentivata.
Sull'immigrazione é in atto una vera e propria distorsione cognitiva. Un inganno comunicativo, che utilizza alcune parole chiave. La prima è:
“immigrazione clandestina”.
Il termine “clandestino” giuridicamente non esiste. Chi arriva in Europa può chiedere asilo, facendo valere un diritto sancito dalle convenzioni internazionali e dalle leggi europee.
L'altra parola è: "sostituzione etnica".
Caposaldo della propaganda di estrema destra, non ha alcun riscontro fattuale, ma è un moltiplicatore di complottismi e fobie irrazionali.
C'è una continua e spregiudicata violazione di un'etica della politica che è, deve essere, alla base delle nostre democrazie.
C'è un uso continuo, e politico, in particolare da parte dell'estrema destra, di un linguaggio discriminatorio che è devastante, che è totalitario, perché colpisce le minoranze e l'idea di eguaglianza e inclusione.
Il linguaggio d'odio genera odio, in una spirale che corrode le nostre democrazie.
Presidente,
Il linguaggio è la forma stessa della società.
Abbiamo il dovere di un linguaggio inclusivo, perchè è la forma stessa della democrazia.