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26 June 2026 morning

2026 - Third part-session Print sitting

Sitting video(s) 1 / 1

Opening the sitting No 27

Free debate

Mr Gerardo GIOVAGNOLI

San Marino, SOC, Spokesperson for the group

10:16:23

Grazie Presidenta, mi esprimero in italiano. [in inglese]

Le parole sono importanti. E lo sono ancora di più quando a pronunciarle siamo noi politici. Le nostre parole non si limitano a descrivere la realtà: la modellano, la amplificano, la trasformano. A volte la mistificano, quasi in modo irreparabile.

In politica, le parole sono raramente neutrali. Spesso sono orientate, possono ferire, possono incendiare, oppure possono curare, creare legami, costruire comunità.

Non posso non pensare al dibattito di ieri sui migranti.

Secondo l’ONU, migrante è "un individuo che ha risieduto in un Paese straniero per più di un anno, indipendentemente dalle cause e dai mezzi adoperati per migrare". Una definizione neutra, corretta, che descrive un fatto.

Eppure, in quest’aula, da una parte dell’emiciclo sembra circolare un altro dizionario. In quel dizionario, la parola migrante si colora di significati negativi: criminale, violentatore, rubalavoro, usurpatore di servizi sociali. Ma queste associazioni non esistono né nel mio dizionario, né nella realtà. Non sono sinonimi, non sono fatti.

Si potrebbe allora scrivere un altro dizionario, altrettanto parziale, in cui migrante significa: raccoglitore di pomodori, tassista, cameriere, infermiere, lavoratore di quei settori che i nostri cittadini non vogliono più svolgere. Ma anche questo sarebbe riduttivo.

La verità è che parliamo di esseri umani. Persone che, con ogni probabilità, preferirebbero vivere, lavorare e realizzarsi nel proprio Paese, vicino ai propri affetti.

Eppure, alcuni parlamentari usano il termine migrante come se significasse: "persona che parte volontariamente dal proprio Paese per arrecare un danno a quello di destinazione". Come se chi fugge da guerre, povertà e persecuzioni, dovesse non solo lasciare casa, amici, famiglia, ma anche accettare di essere trattato come un accusato, un attentatore, una minaccia alla sicurezza altrui.

E poi ci sono le parole che accompagnano questa narrazione: invasione, assenza di limiti, fallimento dello Stato. Ma in che senso?

Nel 2015 e nel 2016, l’Unione Europea ha registrato il picco massimo di attraversamenti irregolari: circa 2,3 milioni. Nel 2024 sono stati 235.000. Di quale invasione stiamo parlando?

L’invasione è quella russa in Ucraina. Quella sì che è un’invasione, anche se qualcuno la chiama "operazione militare speciale".

Allora, con la stessa logica, potremmo definire ciò che serve per gestire l’emigrazione come una “operazione umanitaria speciale”. Sarebbe più coerente.

La vita reale non si presta alle brutali semplificazioni degli slogan. La realtà è complessa, contraddittoria, sfumata. E non può essere ridotta a etichette vuote, soprattutto quando parliamo di esseri umani.

E, a proposito di parole e slogan vuoti, cambio climatico non vuol dire nulla, smettiamo di usarlo. La realtà ci mostra, basta mettere il naso fuori da qui, che c’è surriscaldamento e l’urgenza di combatterlo. La CO₂ deve essere remigrata non le persone.

 

Progress report of the Bureau and the Standing Committee (continued)

The sitting is closed at 11:17 a.m.

Next part session on September 28th.