Grazie signor Presidente,
grazie colleghi,
[In inglese] parlo in italiano perché c'è la traduzione.
Il rapporto riguarda la situazione di Varosha, Varosha è una parte della città di Famagosta. È stata negli anni 50 e 60 una stazione internazionale turistica di grandissimo rilievo, che nel 1974, in virtù della crisi politica che si è prodotta nell'isola di Cipro, è passata sotto controllo turco ed è una città fantasma, perché in virtù di un accordo che fu allora stabilito, la città di Varosha è priva di qualsiasi abitante, priva di qualsiasi attività, è appunto una ghost city in cui l'unica presenza sono due stazioni di controllo delle Nazioni Unite.
L'ONU ha chiesto ripetutamente, anche più recentemente, nelle sue risoluzioni di poter avere il controllo sull'area di Varosha, includendola nella buffer zone che già l'ONU esercita a Cipro, ma le autorità turco cipriote si sono sempre rifiutate di accettare questa soluzione. Oggi Varosha è una città fantasma sotto controllo turco.
Ma il problema di Varosha è parte del problema di Cipro, in realtà. È difficile pensare a una soluzione del problema di Varosha senza affrontare il problema di Cipro. Cipro come sapete è un'isola da 50 anni, dal 1974, divisa in due parti: la Repubblica di Cipro e la comunità turco-cipriota. Una crisi che è cominciata nel 1963 in realtà, tanto è vero che le Nazioni Unite già dispiegarono un contingente allora, che si è aggravata nel 1974 quando, sotto l'egida dei Colonnelli Greci, diciamo un gruppo estremista greco-cipriota, fece un colpo di stato con l'obiettivo di realizzare l'Enosis (cioè l'unione di Cipro alla Grecia).
Quel colpo di stato provocò la reazione turca, che invocando l'articolo 4 del trattato di garanzia siglato al momento dell'indipendenza turca consentiva di agire, ed è intervenuta militarmente nella zona nord di Cipro. Da quel momento Cipro è un'isola divisa.
Da allora molti tentativi per cercare una riunificazione sono stati fatti, il Piano Annan che fu approvato con referendum dalla comunità turco-cipriota ma respinto dalla comunità greco-cipriota. Vi sono stati tanti altri tentativi fino al tentativo di Crans-Montana del 2017, che però sono tutti falliti. Di fronte al fallimento di tutti i tentativi per produrre una riunificazione, da parte turca si è sostenuta nell'ultimo periodo l'impossibilità di arrivare ad una riunificazione e che la sola possibilità è quella di accettare che esistano due stati. Due stati indipendenti. È la posizione della comunità turco cipriota, è la posizione anche del governo turco, espressa dal Presidente Recep Tayyip Erdoğan nel suo intervento all'Assemblea delle Nazioni Unite.
C'è stato e c'è in corso ancora un tentativo da parte del Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres per tentare di riprendere una percorso negoziale, ma fino a questo momento non si sa se questo tentativo avrà successo.
La posizione che la comunità internazionale sostiene, le Nazioni Unite, l'Unione Europea, il Consiglio d'Europa è quella che l'unica soluzione per uscire da questa divisione dell'isola, sia una federazione bi-nazionale e bi-comunitaria con personalità giuridica unica, con una politica estera unica, ma con un larghissimo trasferimento di competenza di autogoverno alle due comunità costituenti la federazione.
Questa è la posizione che ancora oggi le Nazioni Unite sostengono, che il Consiglio d'Europa ha sostenuto in tutte le sue manifestazioni e che è contenuta anche nella risoluzione che è sottoposta al voto.
Circa il problema di Varosha in sé, sulla base di una sentenza della Corte di Giustizia nostra, della CEDU, si attivò un percorso specifico, la sentenza della CEDU faceva carico alla Turchia di istituire una commissione per le proprietà immobiliari a cui i proprietari degli edifici di Varosha, che sono in gran parte, quasi la totalità, greci, possono rivolgersi o per avere la restituzione del bene di cui sono proprietari o per avere un indennizzo.
Allo stato attuale un certo numero di proprietari ha fatto ricorso alla commissione, però gran parte dei casi che sono stati fin qui esaminati si sono conclusi con un indennizzo monetario, mentre la restituzione di beni si è ridotto al 3,5% dei casi esaminati.
Ripeto, le Nazioni Unite per cercare di affrontare questo problema in un modo più assertivo e più, diciamo, con esiti migliori ha richiesto ancora nella sua ultima risoluzione di sottoporre Varosha al controllo dell'ONU, ma da parte turca questa ipotesi è stata rifiutata.
Conclusione, io penso che primo: noi non dobbiamo rassegnarci alla divisione permanente dell'isola e quindi dobbiamo sostenere la proposta di una federazione bi-nazionale bi-comunitaria con largo trasferimento di poteri e di competenze alle due comunità costituenti. Dobbiamo favorire in ogni modo che si costruiscano delle misure di reciproca confidenza e che ci sia la possibilità di sviluppare tutte le forme di cooperazione possibile.
In una mia visita recente a Cipro per esempio io ho fatto incontrare sia il sindaco di Famagosta, turco, sia il sindaco in esilio di Famagosta, che è greco-cipriota, ed è stato un incontro nel quale si è discusso come poter promuovere delle forme di cooperazione.
Naturalmente si tratta di insistere perché Varosha sia sottoposta al controllo ONU, insistere affinché la comunità turca accetti la proposta dell'ONU e perché vi sia un'accelerazione dell'esame dei ricorsi alla commissione immobiliare facendo in modo che non si ricorra solo a indennizzi ma anche a restituzioni di beni.
Bisogna lavorare in ogni modo per costruire le condizioni di una fiducia maggiore reciproca, anche favorendo il superamento di forme di isolamento di cui oggi soffre la comunità turco-cipriota.
L'impegno del Consiglio d'Europa è sempre stato in questa direzione, lo è anche la risoluzione che è sottoposta al vostro esame e al di là della risoluzione di oggi, io credo che noi dovremmo continuare a lavorare su questo dossier fino a quando non si arrivi alla soluzione desiderata.
Grazie.
Grazie Presidente,
Io ringrazio anche tutti coloro che sono intervenuti.
Io dico questo, noi abbiamo alle spalle 50 anni di divisione, le ragioni di questa crisi sono molteplici, ci sono responsabilità da entrambe le parti. Però io credo che non possiamo rassegnarci a considerare questa divisione come irreversibile, perché credo che sia possibile ancora lavorare per una riunificazione. Voglio sottolineare agli amici turchi, che qui hanno ribadito, alcuni hanno ribadito la ineluttabilità della risoluzione di due stati, che la proposta della federazione bi-nazionale e bi-comunitaria riconosce ampi poteri di autogoverno alle due comunità costituenti. Cioè, la federazione è titolare della personalità giuridica, è titolare della politica estera, è titolare dell'unica cittadinanza per tutti i cittadini di Cipro, ma la gran parte delle materie dei poteri poi vengono trasferite alle due comunità e ai loro organi, ai due soggetti costituenti della federazione. Quindi perché a tutti i costi dover insistere invece sull'ineluttabilità di due stati, quando è possibile costruire una unità dell'isola con grande rispetto dell'autonomia delle due comunità e della capacità di autogoverno della comunità in tutta una serie di materie? Tutte le materie principali che poi riguardano la vita quotidiana dei cittadini.
Quindi io per questo penso che l'indicazione che noi diamo nella nostra risoluzione, di non rassegnarsi alla divisione, di continuare a lavorare perché si arrivi a un processo di riunificazione, è giusta e io la ribadisco. Ribadisco anche questo, io sono stato a Cipro in questi anni, sono stato ad Ankara, sono stato ad Atene e mi ha colpito una cosa; quando ho incontrato a Cipro organizzazioni non governative, associazioni culturali, mondi universitari, cioè pezzi della società civile dell'una e dell'altra parte, ho trovato molta più disponibilità a lavorare per l'unità che non nelle forze politiche.
Io credo che di questo tutte le forze politiche ne debbano tenere conto. C'è una società viva Cipro che vuole vivere in pace e sulla base di una convivenza, e la soluzione che noi prospettiamo è una soluzione che accoglie questa domanda e io mi auguro che le forze politiche cipriote e i massimi responsabili delle due comunità raccolgano questa domanda della cittadinanza, della società civile, e si lavori, insieme alla comunità internazionale, per arrivare a una soluzione globale entro cui dare soluzione anche al problema di Varosha.
Grazie.
Sì, signor Presidente,
propongo che alla settima riga dell'emendamento l'espressione "l'invasione turca" sia sostituita con "l'intervento militare turco".
Sì, presidente. Grazie.
Noi riteniamo che vada supportato questo emendamento che è stato lungamente discusso e che ha una sua ratio nel contesto complessivo.
Grazie.
No, il suo emendamento non incide sul senso dell'emendamento, semplicemente si fa riferimento a una serie di dati che possono cambiare costantemente. Per esempio tra una settimana i dati possono non essere questi perché nel frattempo si sono prese altre decisioni. Quindi, per questo io propongo di sopprimere la parte centrale dell'emendamento che semplicemente indica delle cifre che, diciamo, possono cambiare. Invece mantenere la prima e l'ultima parte che invece hanno un'importanza politica.
Sì, condividendo il senso dell'emendamento proposto dalla delegazione turca, io propongo due piccole modifiche e cioè di eliminare le due parole "toute" e "imposer". Quindi il sub-emendamento recita: [l'isolement des Chypriotes turcs] l'isolamento dei turco-ciprioti. Quindi si riconosce che c'è un isolamento con una formula però che non dice che questo isolamento è imposto, ecco.
Grazie Presidente,
Io ho visitato le scorse settimane, come presidente del sottocomitato per il Medio Oriente di questa assemblea, Israele e la Palestina e credo quindi che il tema che è stato posto all'ordine del giorno debba essere inquadrato nella evoluzione della situazione sul campo. La situazione come sappiamo oggi è bloccata, è bloccata perché si contrappongono due diverse interpretazioni della risoluzione delle Nazioni Unite.
Israele chiede la liberazione degli ostaggi come condizione per dare corso a un cessate il fuoco e Hamas chiede il cessate il fuoco come condizione per liberare gli ostaggi. E questa contrapposizione interpretativa blocca l'applicazione della risoluzione e quello che consegue è che la guerra continua, continua il numero di vittime che diciamo soffrono di questa condizione, e oggi siamo in presenza non soltanto di una guerra a Gaza che continua, e continua in modo sanguinoso, con sofferenze forti per la popolazione civile, ma sappiamo tutti che, da qualche settimana, si sta aggravando sempre di più la posizione al confine tra Israele e Libano e c'è il rischio di un'estensione e di una regionalizzazione del conflitto.
In questa situazione bisogna essere consapevoli che la guerra sta producendo lacerazioni sia nella società israeliana, sia in campo palestinese. Nella società israeliana c'è una contrapposizione sempre più chiara tra Netanyahu, il suo governo e la strategia di liquidazione di Hamas che Netanyahu sta perseguendo e le opposizioni che chiedono un cambio di strategia; naturalmente senza interrompere la lotta ad Hamas, ma con l'obiettivo di una conduzione di questa lotta diversa da quella che è stata condotta fin qui, soprattutto rispettando il diritto internazionale e cercando di contenere il numero delle vittime.
È un movimento, quello di opposizione, molto largo, ha dato luogo a manifestazioni enormi. C'è un grande appuntamento tra qualche giorno in cui è previsto che un milione di cittadini israeliani si mobilitino per chiedere un cambio di strategia e uscire da una condizione di guerra permanente. E credo che tutto questo indichi la lacerazione profonda che vive la società israeliana e peraltro anche la decisione del ministro Gantz e del ministro Eisenkot, che facevano parte del comitato di emergenza creato da Netanyahu, di abbandonarlo, è un altro segno della lacerazione che percorre la società israeliana. Ma lacerazione anche in campo palestinese, perché in campo palestinese è evidente che ha Hamas rappresenta una presenza forte non solo sul piano militare, ma anche sul piano politico. I sondaggi, molti sondaggi delle ultime settimane ci dicono che l'80% della popolazione palestinese, soprattutto i giovani, esprimono una simpatia per Hamas. Il che non vuol dire che sono di Hamas, ma però dobbiamo sapere che c'è un pezzo della popolazione larga palestinese che guarda con simpatia quello che fa Hamas, e questo rappresenta un indebolimento obiettivo dell'Autorità Nazionale Palestinese, del presidente Abu Mazen e della sua forza.
Queste lacerazioni producono incertezze su due fronti politici. Cosa fare di Gaza dopo che la guerra sia finita? L'ipotesi è quella di dar vita a un comitato di personalità palestinese indipendente di Gaza, sostenuto dai paesi arabi moderati che agisca sotto il cappello dell'ANP. Il punto non risolto è come garantire la sicurezza di Gaza, perché Israele non ritiene di dover affidare la sicurezza a questo comitato. Quindi qui c'è un punto non risolto di incertezza, e incertezza anche sulla soluzione del conflitto.
Noi qui, come in tutte le sedi internazionali, approviamo dei documenti che dicono: due popoli, due stati. Anch'io sostengo che la soluzione sia due popoli, due stati. Vi devo dire con grande chiarezza, per onestà, che tutti gli interlocutori israeliani che io ho incontrato, compresi quelli che han sempre sostenuto la soluzione due popoli, due stati, dicono che oggi non ci sono le condizioni per questa soluzione.
Lo dico perché questo è un punto nevralgico delicato, però è così. Netanyahu non vuole la soluzione due popoli, due stati e lo sappiamo. Ma anche coloro che si oppongono a Netanyahu, la stragrande maggioranza, pensa che si è rotto dopo il massacro del 7 ottobre un rapporto di fiducia e che non ci siano le condizioni per mettere in campo quella soluzione. Il che significa che, siccome quella soluzione a mio avviso è l'unica che può garantire stabilità e pace, però il problema è come ricostruire delle condizioni che consentano di rimettere in moto quella soluzione che oggi appare molto lontana.
Negli ultimi giorni un gruppo di personalità palestinesi, che hanno ricoperto dei ruoli importanti nell'ANP e nell'OLP, ha lanciato un appello, una proposta per rivitalizzare l'OLP, rifondare l'OLP, includendo anche Hamas, con la convinzione che se il campo palestinese non si presenta unito, difficilmente potrà essere messa in campo una soluzione che riconosca il diritto del popolo palestinese ad avere uno stato.
È suggestiva come proposta, naturalmente difficilissima. Ricalca quello che l'OLP fece negli anni Ottanta, quando alla fine degli anni Ottanta l'OLP cambiò il suo statuto e cambiò la sua posizione dalla negazione dello Stato di Israele al suo riconoscimento. Cambiamento che permise l'avvio del percorso che poi ha portato agli accordi di Oslo e di Washington. Quel gruppo di personalità palestinesi immagina lo stesso percorso per Hamas, tuttavia a oggi non ci sono segnali di un'evoluzione di questo genere, ed è evidente che un'evoluzione di questo genere ha un senso soltanto se Hamas rinuncia alla sua strategia di negazione del diritto di Israele a esistere.
In questo quadro, e finisco presidente, la situazione umanitaria. La situazione umanitaria continua a essere gravissima, il numero degli sfollati si avvicina al milione e mezzo di persone su 2 milioni e fischia di abitanti. La quantità di case che sono state distrutte e quindi un enorme patrimonio edilizio distrutto e che chi è sfollato non può più utilizzare, enormi. I servizi sanitari sono allo stremo, così come l'alto numero di bambini e di donne che sono state vittime o perché morte o perché ferite della guerra di Gaza. E quindi questo tema è un tema cruciale, su cui noi dobbiamo continuare a lavorare. È leggermente migliorata, insisto su leggermente migliorata, l'inoltro degli aiuti umanitari dai valichi, l'ho constatato di persona andando sui valichi. Ai valichi al confine tra Israele e Gaza oggi ci sono un numero di camion che portano mezzi molto alti. Soltanto al valico di Kerem Shalom, dove io sono stato, ogni giorno entrano 300 camion di aiuti umanitari. Prima del 7 ottobre erano 80.
Tuttavia c'è un grande problema di distribuzione quando i prodotti arrivano di là, la distribuzione è molto farraginosa, molto complicata, non è immediata. E quindi anche mandare tanta roba, se poi non viene distribuita tempestivamente, ha un effetto minore e noi dobbiamo comunque sostenerlo.
Concludendo, io penso che anche la nostra assemblea deve ribadire quella che è la linea che fin qui la comunità internazionale ha seguito: applicare la risoluzione dell'ONU prima che il conflitto si estenda ancora di più. Liberazione degli ostaggi, cessazione del fuoco, inoltro degli aiuti umanitari e avvio di un percorso politico.
Di questo ho discusso a lungo in Palestina e in Israele con i miei interlocutori, le delegazioni sia israeliana che palestinese del nostro consiglio sono in continuo contatto e sono state parte di questi colloqui e credo che noi dobbiamo intensificare le relazioni della nostra assemblea con la Knesset e con il Consiglio Nazionale Palestinese per favorire e sostenere diciamo l'applicazione della risoluzione delle Nazioni Unite.
Grazie Presidente.
Grazie Presidente,
naturalmente il dibattito ha fatto emergere anche posizioni molto diverse e quindi non stupisce. Ce le ritroviamo tutti i giorni in una vicenda che ci riguarda direttamente e di cui tutti siamo ovviamente ben consapevoli.
Io voglio solo dire questo, la condanna di come il governo Netanyahu ha gestito l'operazione militare a Gaza è una condanna generale. Quello che io ho sentito qui non corrisponde alla realtà, non mi pare che ci sia nessuno che abbia risparmiato critiche alla gestione che Netanyahu ha fatto e sta facendo dell'intervento a Gaza.
Aggiungo una cosa, l'ho ricordata prima. Sabato, cioè domenica, domenica 30 giugno, un milione di israeliani scenderanno in piazza contro Netanyahu. Un milione di israeliani in piazza scenderanno per chiedere un cambiamento radicale della strategia di Israele e per avviare un modo diverso di affrontare il problema, con l'obiettivo di rimettere in moto un processo politico di pace. Allora io sento qui dire "Hamas non è il popolo palestinese", ed è giusto. E se è giusto questo, io dico anche che Netanyahu non è tutto Israele. Eh, perché non si possono avere i doppi standard.
Per cui distinguiamo i palestinesi da Hamas? Sì. Sono per distinguere i palestinesi da Hamas, ci mancherebbe. Sarebbe un errore clamoroso, e qui viene spesso fatto in molti interventi che ho ascoltato, pensare che tutto Israele è Netanyahu. Perché quel milione di persone che in Israele si riunirà domenica, non sta con il Netanyahu, sta contro Netanyahu per una soluzione politica di pace.
Allora io credo che il nostro problema non è mettersi a tifare, e ho finito, a tifare per questo o per quello, perché non siamo di fronte a una partita di calcio. Il nostro compito è come lavoriamo per fermare la guerra, liberare gli ostaggi, assicurare che la popolazione civile palestinese finalmente non sia sottoposta a delle sofferenze inenarrabili e avviare un percorso politico di pace. Questo è quello che secondo me l'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa dovrebbe fare.
Grazie presidente,
Il titolo di questo dibattito ci pone una domanda, se il Consiglio d'Europa debba e possa, debba contrastare le minacce crescenti alla libertà di espressione.
Purtroppo noi non possiamo che rispondere in modo affermativo, alla luce dei fatti che oggettivamente stanno interessando moltissimi paesi dove la libertà di espressione è messa continuamente in discussione, anche paesi dove non ci si aspetterebbe di assistere a questo fenomeno.
Sembra paradossale dover richiamare le ragioni di questa netta affermazione, sì il Consiglio d'Europa deve mettere in atto e utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per tutelare la libertà di espressione. Perché infatti la libertà di espressione è un diritto umano fondamentale, come è riconosciuto dalle Nazioni Unite. È uno dei quattro pilastri dello stato di diritto. Ma è anche un fattore abilitante, lo è stato in parte richiamato dal collega che mi ha preceduto, abilitante di altri diritti, perché la libertà di espressione ha a che fare con la partecipazione, così come la libertà di espressione, laddove utilizzata e messa a disposizione dalla stampa, dai media, ora dai social, mette i cittadini in grado di conoscere, di comprendere, e quindi di decidere.
Abbiamo detto e ripeto che oggi è sempre più colpita e ferita in tante parti del mondo. E mentre abbiamo salutato con molta soddisfazione la liberazione di Julian Assange due giorni fa, non possiamo non ricordare l'elenco di giornalisti e giornaliste uccise, vittime di odio ma anche vittime proprio dell'odio per chi cerca di portare alla luce, nella misura massima possibile, la realtà dei fatti.
In occasione della giornata mondiale della libertà di stampa, reporter senza frontiere ci ha ricordato che la libertà nel mondo, la libertà di espressione nel 2024 risultava minacciata proprio da coloro che dovrebbero essere garanti, e cioè le autorità politiche. Un campanello di allarme molto grave che suona ancora di più se si va a vedere quali sono i paesi più capaci di censura. E sono paesi dove la guerra, l'Afghanistan, la Siria, l'Eritrea, la Russia, dove i media sono stati sottoposti a censura.
Ma occorre anche, in questo, muoversi perché appunto la libertà di informazione e di espressione non continui a calare nel mondo.
Presidente, grazie.
Presidente, Colleghi,
Si, è vero. Questo dibattito è urgente.
Perché anche tra i Paesi del Consiglio d'Europa, anche tra i Paesi dell'Unione Europea, c'è una regressione preoccupante sul terreno dell'autonomia dell'informazione e della libertà di espressione.
Libertà di espressione che non può mai essere assoluta, deve sempre rispettare il principio di non discriminazione, ma libertà di espressione che è il cuore stesso di ogni democrazia. È il confine vitale che separa la democrazia dall'autoritarismo.
E su questo confine si stagliano figure che sono l'emblema della battaglia per il diritto all'informazione, per il diritto alla democrazia. Come Anna Politkovskaja; che non ebbe paura, neanche di fronte alle minacce del regime, che trasformò la sua vita e la sua professione in un atto di impegno civile e politico.
Oggi sono migliaia, nel mondo, i giornalisti imprigionati arbitrariamente. In alcuni casi in paesi vicino a noi.
Presidente, ho il dovere di denunciare il tentativo di assoggettare l'informazione al controllo del governo in Paesi membri del Consiglio d'Europa come l'Ungheria o la Slovacchia; e il dovere di denunciare il clima pesante di censura e di intimidazione verso l'autonomia della TV pubblica nel mio Paese, in Italia. Le continue ritorsioni e minacce fino alle azioni legali da parte di esponenti governativi di spicco nei confronti dei giornalisti, per il solo fatto che essi svolgano il proprio lavoro in maniera indipendente.
Un modo per condizionare e per silenziare.
Molti governi hanno intensificato il controllo sui social media e su internet, utilizzando l'argomento della sicurezza nazionale. Ma una democrazia non può tollerare la censura, mai. Le nostre democrazie devono dare ai cittadini gli strumenti per riconoscere fake news e disinformazione, ma guai ad adottare gli stessi strumenti dei sistemi autoritari, con sanzioni contro i siti d'informazione.
Abbiamo il dovere di non arretrare sulla linea che distingue democrazia e autoritarismo. Abbiamo il dovere di non farlo soprattutto nel tempo che viviamo, di emergenza, di crisi.
Abbiamo il dovere di sostenere in ogni forma un'informazione libera, che costruisca opinione pubblica consapevole, che non subisca il condizionamento dei governi, né dei potentati economico-finanziari, né l'arbitrio degli algoritmi, ma che dia ai cittadini la pienezza del potere democratico, il potere di far valere la propria opinione, di scegliere, di decidere.
Grazie, Presidente.