Grazie, Ministro.
La mia domanda è molto semplice: dopo la vittoria elettorale e l'esito positivo pro-europeo del referendum, quali sono le politiche che voi state mettendo in campo per, diciamo, favorire e accelerare il processo di integrazione nell'Unione europea?
Sì grazie, Presidente.
Io voglio veramente soffermarmi per ringraziare tutti i colleghi che sono intervenuti, anche quelli che non sono intervenuti e hanno partecipato al lavoro, ma è stato particolarmente bello ascoltarli oggi, perché c'è stata una sorta di idem sentire da tutti i lati dell'emiciclo.
Abbiamo sentito stesse parole, stesse esperienze condivise.
Una serie di testimonianze personali, anche dolorose, molti hanno portato anche dei dati, che confermano che il problema c'è, il fenomeno esiste, il fenomeno è in crescita e sta veramente danneggiando la nostra democrazia.
Mi ha colpito l'esperienza della giovane collega rumena, che ha parlato di questi giovani che si presentavano, quasi tutti i giovani che si presentavano per la prima volta alla vita politica, che sono stati attaccati, tant'è che questo li ha bloccati e molti si sono ritirati.
A prescindere dalla nostra appartenenza, questo fenomeno riguarda veramente tutti.
E io sono fermamente convinta che il nostro lavoro ribadisca alcuni punti centrali che vorrei qui ricordare.
Dobbiamo rinnovare innanzitutto il contratto sociale con i cittadini, attraverso iniziative che coinvolgano l'intera società e che garantiscano protezione alle vittime, prevengano gli abusi e ripristinino il riconoscimento dovuto a chi dedica tempo e impegno alla vita pubblica, a qualunque livello.
È importante il ruolo dei partiti, perché i partiti devono dare l'esempio, i politici stessi devono dare l'esempio, rispettando i propri pari, condannando ogni forma di violenza, specialmente quando perpetrata contro colleghi di partiti diversi.
Questo è un altro punto che tengo a sottolineare.
Così come vorrei sottolineare quello che il rapporto chiede al Comitato dei Ministri: chiede che prenda in considerazione la creazione di un meccanismo per identificare e monitorare le minacce e gli episodi di violenza contro i politici a livello locale, regionale e nazionale.
Questo meccanismo potrebbe davvero prendere la forma di una piattaforma o di un osservatorio del Consiglio d'Europa e ci aiuterebbe a comprendere meglio, a prevenire e a reagire con più efficacia a questo fenomeno.
D'altronde, questa proposta è la stessa che è stata avanzata il 1° di aprile dal Congresso dei Poteri Locali e Regionali.
Questo è particolarmente importante, perché gli eletti a livello locale sono spesso tra i primi e i più esposti bersagli.
Cari colleghi, qualsiasi attacco violento contro un rappresentante politico è un attacco alla democrazia stessa.
Lo ribadisco, perché l'avete ribadito tutti voi con forza.
Vi invito quindi a sostenere l'adozione della risoluzione e della raccomandazione. Sebbene spesso non ci troviamo d'accordo su altre questioni, credo che qui invece siamo compatti e potremmo dare una testimonianza, perché ne va proprio della salute della nostra democrazia.
Italy, EPP/CD, Second Vice-Chairperson of the Committee on Political Affairs and Democracy
17:04:54
Grazie Presidente e grazie colleghi.
A nome della Commissione per gli affari politici e la democrazia voglio rivolgere dei ringraziamenti alla relatrice Elisabetta GARDINI, alla Onorevole KRAVCHUK, che è la relatrice per parere della Commissione EGA. Però è un grazie sincero a tutti i vostri contributi.
Io credo che il dibattito che è avvenuto attorno a questo rapporto sia stato un dibattito estremamente qualificante per la nostra Assemblea, sicuramente sincero, e che ci ha visti uniti in una condanna unanime contro la violenza nei confronti di chi è incaricato, eletto, per rappresentare i propri concittadini.
Per noi questa è una discussione che, a mio parere, è vitale, perché contribuisce a dare una forma al futuro delle nostre democrazie e chiama la nostra Assemblea ad una responsabilità: quella di assumere una posizione forte e decisa contro la violenza nei confronti dei politici.
Molti lo hanno sottolineato durante il dibattito: la violenza non può appartenere alla parola democrazia e la violenza contro i politici, qualunque forma essa assuma, rappresenta un attacco diretto a tutto ciò in cui crediamo, a tutto ciò che ci unisce.
Abbiamo diritto di avere le nostre opinioni, abbiamo diritto di difenderle, abbiamo diritto di discuterne in modo anche molto appassionato e acceso. Non possiamo negarlo, così come non possiamo e non dobbiamo negare il diritto di ciascun individuo ad esprimere le proprie opinioni, perché questo è il cibo delle nostre democrazie.
Però la libertà di espressione si ferma se c'è incitazione all'odio o alla violenza. E noi abbiamo l'obbligo morale e l'obbligo politico di garantire che i politici a tutti i livelli siano protetti dalla violenza verbale e fisica, online e offline.
È fondamentale questo, perché permette a noi e ai nostri colleghi di dedicare tutte le nostre migliori energie al servizio dei nostri concittadini, senza avere paura. Ed è importante anche perché dobbiamo garantire che tutti possano sentirsi al sicuro nel momento in cui decidono di impegnarsi in politica, indipendentemente dal loro background.
La democrazia è veramente tale se tutte le voci vengono ascoltate, nei limiti del rispetto reciproco, e come politici siamo chiamati a dare l'esempio.
Ecco perché concludo questo mio intervento con un appello finale a tutti noi: adottiamo questo testo come un messaggio di forza, di unità e di impegno. Che questa Assemblea si posizioni con fermezza nella condanna di ogni forma di violenza contro i politici, a tutti i livelli e di ogni appartenenza politica.
Grazie.
Thank you, Mr. Chair.
Cari colleghi, tutti devono poter avere il diritto di credere o di non credere e di vivere liberi e uguali nella pienezza del proprio essere.
Eppure, per moltissime persone oggi non è così, anche nei nostri Paesi del Consiglio d'Europa. E questo è un tema politico dirimente, che riguarda le nostre democrazie.
Tra le cause dell'intolleranza religiosa, la principale è la guerra. Il nostro tempo, di nuovo, è segnato da eventi traumatici. Il febbraio del 2022, l'aggressione criminale della Russia contro l'Ucraina, il 7 ottobre del 2023, il pogrom di Hamas contro la popolazione israeliana, e poi la reazione devastante del Governo Netanyahu, la distruzione di Gaza, la catastrofe del popolo palestinese: un tempo di guerra che viola diritto internazionale e diritto umanitario e, con essi, rischia di travolgere lo Stato di diritto, che è il pilastro di ogni libertà religiosa.
Al giorno d'oggi, forme pericolose di nazionalismo tornano ad agitare strumentalmente il fuoco dei conflitti religiosi, dello scontro tra culture, avvelenando l'opinione pubblica con la paura ossessiva dell'altro e la discriminazione religiosa è la violazione dei diritti umani oggi più diffusa al mondo. Spesso si sovrappone ad altre forme di discriminazione e alle diseguaglianze e alle disparità sociali. E sempre, in ogni sua forma, si alimenta di pregiudizi, di stereotipi e si caratterizza come forma di discriminazione razziale.
Per questo, innanzitutto, dobbiamo affermare che il modo più efficace e strutturale per riconoscere e sconfiggere le discriminazioni religiose, in ogni loro forma, è contrastare ogni forma di discriminazione, ogni retorica dell'odio, ogni colpo contro le minoranze, contro tutte le minoranze.
Questa battaglia riguarda tutti, riguarda la qualità della nostra democrazia, riguarda la civile convivenza, dunque tutta la nostra società.
Le scritte antisemite che ricompaiono sui muri delle nostre città ci riguardano tutti. Sono un rigurgito inquietante del tempo infame che fu il fascismo, il nazismo, così come il fatto che possa essere pericoloso per le persone ebree vivere liberamente, per i bambini andare a scuola o in sinagoga, per un adulto indossare la kippah.
Crescono in questo tempo, anche se in forme diverse, antisemitismo, islamofobia, discriminazione nei confronti dei cristiani laddove essi sono minoranza, restrizioni del credo che sono una violazione personale.
Ed è questo, tutto questo, l'oggetto di questa nostra risoluzione.
Per preparare questo testo ho svolto una visita nel Regno Unito e mi ha molto colpito il racconto dei fatti di Southport tra fine luglio e inizio agosto del 2024: gli assalti e le violenze contro la comunità islamica, quando, a seguito dell'omicidio di tre ragazze, gruppi di estrema destra diffusero la notizia falsa che attribuiva la colpa a un richiedente asilo musulmano.
Ecco, voglio citare questo episodio, Presidente, perché richiama una rappresentazione spesso distorta, alimentata dai media, e per porre con forza il tema della responsabilità e della correttezza del discorso pubblico.
In preparazione di questo rapporto, Marco GANCI, l'osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d'Europa, mi ha consegnato una frase che voglio condividere con questa Assemblea: "evitare il rischio di limitare indebitamente la libertà di religione". E quindi, voglio aggiungere, costruire, avere il dovere di costruire una società inclusiva, dove la libertà di ognuno non conculca mai la libertà di un altro, dove la libertà è tale perché rispetta il principio di non discriminazione, il principio di dignità di ognuno, che molto spesso sta proprio nell'espressione della libertà religiosa.
C'è una responsabilità speciale per ognuno che ricopra ruoli pubblici: contrastare linguaggi discriminatori e manipolatori, contrastare l'uso politico strumentale della religione, che è uno di questi linguaggi manipolatori, l'uso improprio della religione per alimentare stereotipi e pregiudizi, per stigmatizzare individui o gruppi sociali, per ottenere vantaggi elettorali. Questo avviene a un prezzo insostenibile per le nostre democrazie.
Per questo, Presidente, voglio concludere rilanciando la proposta e l'obiettivo di istituire una piattaforma permanente, stabile e formalmente riconosciuta per il dialogo interreligioso, interconfessionale all'interno del Consiglio d'Europa, per sconfiggere le paure molto spesso alimentate ad arte dalla cattiva politica o da faccendieri che utilizzano gli algoritmi e le nuove tecnologie per monetizzare l'odio, ma lo fanno ai danni delle nostre democrazie. E questa è una grande questione politica.
Presidente, questo nostro lavoro, che è durato due anni e che ha coinvolto molti colleghi, che voglio ringraziare, così come voglio ringraziare il Segretariato della Commissione per il sostegno, ecco, questo nostro lavoro penso possa contribuire non solo ai lavori di questa nostra Assemblea, ma all'urgenza, spesso anche drammatica, del tempo che viviamo.
E i lavori anche dell'obiettivo del nuovo patto per la democrazia, che è oggi uno dei termini principali del lavoro di questa organizzazione, del Consiglio d'Europa, che ancora oggi, tra mille difficoltà, è presa a riferimento da tantissimi che credono nella democrazia, nello Stato di diritto, nell'eguaglianza, nell'emancipazione e che vedono nel proprio diritto all'autodeterminazione, alla libertà religiosa qualcosa di insopprimibile e fondamentale, che è dovere di tutti noi tutelare e sostenere.
Grazie Presidente, grazie colleghi.
La libertà religiosa e il principio di non-discriminazione nascono dalla stessa matrice: la dignità umana, che è il bene più prezioso che dobbiamo custodire.
Eppure, libertà religiosa e diritti umani vivono oggi una nuova stagione di crisi: limitazione della libertà, violenza, persecuzioni per ragione di fede sono più numerose certamente in Africa e in Asia, ma non risparmiano neppure l'Occidente. Autoritarismo, nazionalismo religioso, ideologie identitarie e, naturalmente, il nuovo terrorismo hanno portato anche in Occidente e ovunque hanno aumentato forme di intolleranza e di violenza contro le fedi e le religioni.
Ieri, in Libano, una statua di Gesù Cristo è stata profanata da un soldato dell'IDF e ieri, a Milano, nel mio Paese, un grave fatto di antisemitismo si è consumato.
Buddhisti, cristiani, ebrei, hindu, musulmani subiscono discriminazione, violenze, arresti, rapimenti.
Eppure, la libertà religiosa è il cuore dei diritti umani e, quando è violata, possiamo sostenere che tutti gli altri diritti sono parimenti violati.
Per questo occorre che la politica assuma con forza questo tema e sostenga le comunità locali che hanno realizzato buone prassi, aiuti e, soprattutto, investa nella forma più importante che noi abbiamo per combattere la discriminazione religiosa: l'insegnamento e la cultura.
Occorre tornare a investire fortemente nell'insegnamento, nell'educazione dei nostri giovani, perché si insegni e si impari il rispetto e lo si interpreti prima di tutto personalmente.
Esprimo al collega VERDUCCI il mio apprezzamento per questo importante e interessante rapporto.
Grazie Presidente.
Io prima di tutto voglio esprimere apprezzamento per la relazione del collega VERDUCCI, che mi è sembrata con argomentazioni solide e con un impianto che non possiamo che condividere.
Io voglio richiamare la vostra attenzione, nei pochi secondi di questo mio intervento, su uno degli aspetti della discriminazione, che noi conosciamo in questi periodi e sono i rigurgiti forti di antisemitismo che sono esplosi in tutto il mondo.
Ora, noi sappiamo bene che questi fenomeni di antisemitismo sono molto legati alla crisi profonda che ha investito il Medio Oriente, alle guerre che in questi mesi ancora incendiano quella regione e, tutto questo, naturalmente, non può che preoccuparci moltissimo.
Ma il punto che credo non possa essere accettato è che la critica politica a chi ha scatenato quelle guerre, la critica politica che si vuole rivolgere al Governo israeliano piuttosto che al Presidente Trump, non può tradursi in un pregiudizio nei confronti degli ebrei.
Non c'è nessuna ragione per cui si chieda a un ebreo, ovunque viva nel mondo, di rispondere degli atti che compie il Governo israeliano. Così come non può essere accettata in nessun modo l'idea che qualsiasi evento che accada nel Medio Oriente non può che essere imputato alla natura, all'identità ebraica, anziché alle scelte di un Governo che, come tutti i Governi, può essere criticato e contestato. E io lo critico e lo contesto.
Per questo, quindi, credo che abbiamo il dovere di mettere una distinzione molto netta tra la polemica e la critica politica e le forme di intolleranza, come l'antisemitismo, che avvelenano la società e determinano soltanto una condizione di maggiore conflittualità.
Grazie Presidente.
Innanzitutto voglio ringraziare tutti i colleghi.
È stato davvero un dibattito di grande ricchezza, di grande profondità e penso che faccia parte a pieno titolo di questa nostra risoluzione e sia anche una spinta a tenere vivo questo tema nei nostri lavori, vista la sua urgenza e la sua importanza.
Non potrò citare tutti, citerò tre colleghi in rappresentanza di un dibattito così complesso.
La prima citazione che voglio fare va alla collega GÖKA. Lei diceva a un certo punto: "non è statistica il riferimento alle discriminazioni basate sull'oppressione religiosa". Non è statistica, aggiungo io, è vita reale. Questo è il tema vero che noi abbiamo: la sensazione per chi è vittima di queste discriminazioni di essere sempre sotto potenziale attacco. Il restringimento degli spazi di libertà, degli spazi di sicurezza e degli spazi di cittadinanza è una grande questione democratica. Dobbiamo riconoscerla ed affrontarla.
A questo lego una considerazione, quella del collega Lord GRIFFITHS, sul tema del discorso pubblico, che è a mio avviso fondamentale. Diceva Lord GRIFFITHS: "l'importanza di avere un racconto corretto dei fatti". Io aggiungo la complessità, la diversità dei fatti, non lo stigma, non lo stereotipo. E voglio aggiungere una considerazione ulteriore, che richiama altri elementi di questo dibattito: la libertà di espressione che impedisce ad altri di esprimersi è una libertà fasulla. È una libertà che si autodistrugge, perché scegliere la libertà degli oppressori contro la libertà degli oppressi è una finta apertura. L'appartenenza religiosa non può mai essere causa di incompatibilità. Tutti i gruppi minoritari hanno diritto di protagonismo nelle società e questo distingue le società società democratiche dai regimi autoritari. Abbiamo il dovere di garantire questo diritto.
Cito altri due temi.
L'istruzione qui è stata continuamente sottolineata e, insieme a questa, come antidoto alla polarizzazione, il tema della cooperazione interreligiosa, voglio dire anche il dialogo tra le città, il dialogo tra i luoghi religiosi delle diverse città, la raccolta dei dati sull'intolleranza, sulla discriminazione, sulla base di genere, etnia, nazionalità, appartenenza religiosa delle vittime: questo ci permette di avere piena contezza del fenomeno e gli strumenti adatti, concreti, per poterlo contrastare.
Poi mi faccia dire, Presidente, una cosa in conclusione, con le parole, ed è la terza citazione che voglio fare, della collega ucraina KRAVCHUK. Lei a un certo punto ha detto una cosa molto forte, anche questa ci appartiene: "ricostruiremo le chiese che sono state abbattute". Sì, lo dobbiamo fare, dobbiamo dire: "mai più chiese che abbattono altre chiese, ma chiese che sorgano insieme, le une le altre, per fare ricca, libera, autonoma, aperta, la nostra società, in cui convivere in pace gli uni con gli altri".
Grazie Presidente e colleghi.
Grazie Presidente.
Come Lei diceva e per maggiore comprensione dei colleghi, noi abbiamo approvato solamente una parte dell'emendamento MEZENTSEVA-GONCHARENKO, che ringrazio, citando la risoluzione 2540 a cui loro fanno riferimento, citando il tema appunto dell'utilizzo della propaganda della guerra ibrida ed espungendo la parte finale dell'emendamento per il fatto che abbiamo già inserito i riferimenti all'Ucraina e all'oppressione russa riguardo alle discriminazioni religiose nel paragrafo 11, accogliendo altri emendamenti in Commissione con sostegno pieno proprio da parte del relatore, affinché venissero accolti, a prescindere dal dibattito molto ampio, che qui non riassumo, che c'è stato in Commissione.
Grazie.
La proposta è quindi di accogliere solo il sub-emendamento e non l'emendamento GONCHARENKO nella sua interezza.