mardi 1 octobre 2024 après-midi
2024 - Quatrième partie de session Imprimer la séanceVidéo(s) de la séance 1 / 1
Grazie Presidente.
Prima di tutto, esprimo il mio apprezzamento per l'ottimo lavoro svolto dai colleghi Julian PAHLKE e Lord Simon RUSSELL su temi drammatici, come la scomparsa dei migranti e la necessità di un approccio condiviso per affrontare il traffico dei migranti.
Dobbiamo moltiplicare gli sforzi già in atto per accertare la sorte di chi scompare, mettendo in atto un piano di azioni adeguatamente finanziato, nel rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario, a cominciare dalla necessità di identificare i cadaveri, ovunque essi siano rinvenuti, e dare loro sepoltura. Un insegnamento che accompagna la nostra civiltà dall'antichità e proviene da Antigone, eroina della tragedia greca di Sofocle.
Seppellire i morti è il primo imperativo etico dei vivi, ed è straziante dovere ricordare che a Lampedusa non ci sono più posti nel cimitero, dove le sepolture avvengono rispettando i riti delle diverse fedi. E poi, c'è la necessità di contrastare i trafficanti nel rispetto, però, dei diritti e, in particolare, procedendo caso per caso, distinguendo tra chi trae profitto o beneficio dal traffico e chi aiuta senza scopo di lucro. A loro va il nostro ringraziamento. E chi si trova costretto, magari, a guidare fatiscenti imbarcazioni. Ne parla un bellissimo film italiano candidato all'Oscar Io Capitano, che racconta la storia di un ragazzo costretto a farsi guida di un'imbarcazione. Spesso sono minori, spesso sono donne ricattate, come nel caso delle due donne iraniane. Si chiamano Marjan JAMALI, detenuta con il figlio e da poco agli arresti domiciliari in Italia, o come Maysoon MAJIDI, in carcere da oltre un anno con l'accusa di favoreggiamento, due donne fuggite dall'Iran.
Chiedo che anche il Consiglio di Europa si associ a quanti ne chiedono la liberazione. Non possiamo rendere due volte vittime i migranti. Il nostro scopo, qui, è di tutelare i diritti umani. Questa è la ragione d'essere di questo Consiglio e, in questo momento, dobbiamo essere davvero all'altezza della sfida che il presente ci lancia. Questa sfida è lavorare insieme per dare un futuro a chi cerca futuro e per integrarli nella nostra società, certamente per difenderli e per tutelarne la vita e la dignità.
Grazie Presidente,
Onorevoli colleghi,
La recente vittoria elettorale dell'FPO in Austria, i partiti conservatori che avanzano in tutte le nazioni europee, dalla Francia alla Germania, dalla Spagna ai Paesi Bassi, passando ovviamente per l'Italia, hanno un minimo comune denominatore: i cittadini chiedono più sicurezza. La strategia delle porte aperte a tutti i costi, delle politiche migratorie decise dalle ONG, del business lucrativo delle cooperative sui migranti, dei trafficanti di esseri umani impuniti, sta volgendo al termine. Anche la sinistra si sta accorgendo di questo, ma molto in ritardo.
Il Primo Ministro del Regno Unito Keir STARMER, in visita a Roma, ha applaudito la scelta italiana di creare un centro fuori dai confini per i migranti, in attesa di processare le loro richieste di asilo. Il cancelliere socialista della Germania Olaf SCHOLZ ha addirittura sospeso Schengen per dare delle risposte ai cittadini tedeschi che chiedevano più sicurezza.
Insomma, tutti sembrano risvegliarsi. Ma purtroppo in Italia c'è ancora qualcuno che sembra invece andare proprio contro questa direzione e contro questa presa di coscienza. Vorrei denunciare in quest'aula, dove discutiamo di diritti fondamentali, di diritti dell'uomo, come un Ministro della Repubblica Italiana stia ingiustamente scontando un processo a suo carico per aver agito nel pieno rispetto del mandato ricevuto dai cittadini italiani. Questo ministro è Matteo SALVINI, che rischia fino a 15 anni di prigione per avere impedito temporaneamente, pensate, sei giorni, lo sbarco di una nave di migranti, chiedendo all'Europa, quell'Europa della solidarietà, di condividere la responsabilità dell'accoglienza, invano, evidentemente.
Era il suo dovere difendere i confini italiani e garantire che i flussi migratori fossero gestiti in modo sicuro e ordinato, nella piena sovranità del nostro Paese e nell'interesse nazionale. Matteo SALVINI ha fatto ciò che molti prima di lui avevano solo promesso. Proteggere il nostro Paese dai flussi migratori senza controllo che spesso hanno portato a tragedie umane, è stato detto in quest'aula, alle tragedie in mare e a gravi problemi sociali. Noi oggi, come sempre, siamo qui a dire che Matteo SALVINI non è solo. È dalla parte giusta della storia, dalla parte di chi ha il coraggio di fare scelte difficili per il bene comune, anche a costo di essere attaccato, processato, arrestato.
Gli italiani, come dimostrano i recenti sondaggi, sono con lui e sono sicuro che, difendendo i confini italiani, Matteo SALVINI ha difeso anche i confini europei. E in questo importante consesso internazionale dove ci troviamo, con tanti amici e colleghi stranieri, vi invito a riflettere attentamente sulle implicazioni di questo processo politico ingiusto e di valutare questa situazione con obiettività ed onestà intellettuale.
Quell'onestà intellettuale che evidentemente in Italia purtroppo a molti manca.
Grazie.
Grazie Presidente,
Cari colleghi,
Molto spesso, se non quasi sempre, i richiami degli organismi internazionali sulla situazione dei diritti umani e del rispetto dello stato di diritto in Azerbaigian si concentrano sulla situazione della minoranza armena. Lo vediamo, ad esempio, con la decisione della Corte Internazionale di Giustizia del novembre 2023, o ancora con le osservazioni del gennaio scorso dell'allora Commissaria per i Diritti Umani del Consiglio d'Europa, nelle quali si è concentrata proprio sulla situazione degli armeni sfollati.
Peraltro ricordo che nel maggio scorso il Presidente Ilham ALYEV ha firmato un decreto d'amnistia nei confronti di 150 prigionieri, mentre la tolleranza religiosa caratterizza da sempre la convivenza in Azerbaigian, dove chiese cattoliche, ortodosse, moschee e sinagoghe sono costruite a spese dello stato per assicurare un pari trattamento a tutte le religioni, come dimostra anche l'apprezzamento espresso dal Papa in occasione della sua visita nel paese.
Vedete, quindi, come tutte le situazioni non debbano essere considerate esclusivamente sotto un profilo, ma necessitino di un approccio a 360 gradi. Non sfuggo, peraltro, all'impressione che la questione della tutela dello stato di diritto e dei diritti umani in Azerbaigian venga vista proprio alla luce delle tensioni tra Armenia e Azerbaigian, che peraltro sono ora in una fase che consente cauto ottimismo.
A questo proposito, vorrei ricordare a tutti l'incontro del Segretario di Stato Antony BLINKEN del 26 settembre scorso con il Ministro degli Esteri armeno e con il Ministro degli Esteri azero a latere dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il Segretario Antony BLINKEN ha elogiato entrambi i ministri per i progressi compiuti dall'Armenia e dall'Azerbaigian verso una pace duratura e dignitosa, e ha incoraggiato i due Paesi a continuare a progredire per finalizzare un accordo il prima possibile. Anche il Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri italiano Antonio TAJANI ha visto a New York, in incontri separati, i due Ministri degli Esteri e li ha invitati a ritornare a un dialogo costruttivo per trovare una soluzione diplomatica, offrendo anche la mediazione di Roma e proponendo di valutare il modello di successo dell'Alto Adige.
Ci uniamo, pertanto, agli auspici così autorevolmente espressi, confidando che entrambi i paesi si confrontino con un atteggiamento costruttivo.
Io mi auguro altresì che la COP29, che sarà ospitata a Baku a partire dalla fine di novembre prossimo, possa costituire un'opportunità per il Paese per riaffermare il suo impegno nel rispetto del diritto internazionale, mostrando l'esistenza di una libera e indipendente società civile. E spero, altresì, che, a seguito delle elezioni parlamentari di settembre, la delegazione azera ripresenti al più presto le credenziali a questa Assemblea, che sono certa le valuterà con equilibrio e spirito di inclusione.
Vi ringrazio.
In queste ore le agenzie di tutto il mondo stanno battendo la notizia di migliaia di missili che l'Iran sta lanciando sulle città israeliane. E quindi noi siamo di fronte a un altro capitolo di una tragedia che ha già provocato migliaia e migliaia di vittime a Gaza, in Libano, nel nord di Israele e che, nelle prossime ore, può determinarle anche nelle città israeliane. È ovvio che, di fronte a un quadro di questo genere, sia giusto, come è stato proposto, essere capaci di distinguere una dimensione puramente politica dalla dimensione umanitaria, anche se questa distinzione, in assoluto, è difficile. Ed è chiaro che, sul piano umanitario, noi dobbiamo lavorare per cercare di essere vicini alla popolazione, perché è sulla popolazione civile di Gaza, del Libano, delle città israeliane, del nord di Israele che si è scaricata e si scarica questa guerra. Mettendo a repentaglio la vita di centinaia e migliaia di persone, le condizioni quotidiane di vita, il loro diritto a essere curati, il loro diritto a potersi nutrire.
E tutto questo ci deve muovere e spingere a fare in modo che l'azione umanitaria sia, in qualche modo, sostenuta in modo forte. Sapendo bene che, quando si parla di azione umanitaria, bisogna essere capaci anche di richiamare ogni parte alla propria responsabilità. Qui, giustamente, molti appelli vengono fatti al Governo di Israele, e anch'io unisco la mia voce a questo appello.
Vorrei ricordare, però, anche che, se le vittime a Gaza sono un numero così alto è perché Hamas ha consapevolmente, cinicamente strutturato la propria architettura militare sotto le scuole, sotto le moschee, sotto gli ospedali, sotto le abitazioni civili e questo ha contribuito a far sì che il numero delle vittime fosse più alto di quello che avrebbe potuto essere per l'offensiva militare israeliana che è stata dura e che dobbiamo continuare a giudicare nella sua durezza. Così come non possiamo dimenticare che quando parliamo di umanità dobbiamo sapere che ci sono delle famiglie, dei fratelli, delle sorelle, dei figli, delle madri, dei padri, che stanno piangendo da un anno la sorte dei loro cari, che sono ostaggi di Hamas, e ancora oggi, qui, in questa sede, sono venuti a trovarci dei familiari degli ostaggi che ci hanno richiamato a questo dramma.
Allora agire perché davvero tutti abbiano la possibilità di essere tutelati nella loro dignità umana richiede di essere capaci di rivolgersi a tutti gli attori di questo conflitto. Al Governo di Israele, a cui chiediamo il rispetto del diritto internazionale e del diritto umanitario. Ad Hamas, a cui si deve chiedere una cosa che non chiediamo più. Si dice qui la risoluzione delle Nazioni Unite, 1701. La risoluzione delle Nazioni Unite dice "liberazione incondizionata degli ostaggi". La liberazione incondizionata degli ostaggi fino adesso non c'è, e anzi Hamas usa gli ostaggi per il negoziato. Allora tutto questo noi lo dobbiamo vedere, e dobbiamo svolgere il nostro ruolo di tutori dei diritti, laddove sono violati da chiunque, rivolgendosi a chiunque.
(Discorso in italiano non pronunciato, Regolamento Art. 31.2)
Presidente, onorevoli colleghi,
Mai come ora il Medo Oriente si trova in uno dei momenti più complicati e drammatici della sua storia recente.
Con l’attacco terroristico di Hamas compiuto quasi un anno fa, il 7 ottobre scorso, tutto è cambiato. L’organizzazione islamista ha deciso di uccidere, torturare, violentare inermi civili israeliani, compiendo un atto vile e meschino e dal quale bisogna partire, per comprendere meglio quello che sta succedendo in questi giorni.
Israele ha diritto di difendere i propri cittadini, le proprie infrastrutture, ma soprattutto Israele ha il dovere di difendere il proprio diritto ad esistere!
Con il duro colpo inflitto a Hezbollah in questi giorni, abbiamo visto come Israele non solo abbia riaffermato questo suo diritto, decapitando un’organizzazione che voleva la sua cancellazione dalla mappa geografica, ma abbia ristabilito quella deterrenza strategica per evitare che un asse islamista possa incendiare ancora di più la regione.
Le scene di festeggiamenti in molti paesi arabi sunniti dopo la morte di Narsrallah evidenziano come nel mondo sunnita si tema di più l’asse Iran, Hezbollah e Hamas che Gerusalemme e questo, per l’Occidente, non può che essere un’opportunità per convincersi a cercare di promuovere ancora di più quegli Accordi di Abramo per la normalizzazione delle relazioni tra pasi arabi e Israele stesso. Unica via per una pace duratura e stabile che possa arrivare in un’area caratterizzata da continui conflitti simmetrici e asimmetrici.
Segnalo, per onore di cronaca, come si siano viste più scene di festeggiamenti per la morte di Nasrallah in alcuni Paesi arabi che in certe città europee, dove alcune frange della sinistra estrema sembravano quasi essere a lutto. Purtroppo in Italia abbiamo visto anche delle manifestazioni pro Palestina in cui sono stati esposti dei cartelli con le facce di intellettuali, politici, giornalisti, membri della comunità ebraica – addirittura la senatrice Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah - con la scritta “agenti sionisti”. A loro va tutta la mia (e del nostro partito) solidarietà per questi atti intimidatori e antisemiti!
Concludo, signor presidente, riaffermando la posizione - che è anche quella del governo italiano - che crede fermamente nella soluzione dei due popoli e due stati, come unica via possibile per una pace duratura. Ma questo dialogo deve separare nettamente le legittime aspirazioni del popolo palestinese e il supporto a organizzazioni terroristiche che minano la pace e la stabilità e deve escludere in modo chiaro chi fa del terrore il proprio strumento politico. Non si può parlare di pace con chi alimenta l’odio e la violenza!
Grazie.
Credo che questo dibattito sia molto importante e questo rapporto lo sia altrettanto, e mi dispiace che sia stato calendarizzato così tardi nella giornata, quando molti colleghi non sono presenti.
Lo dico perché credo che nella nostra missione ci sia proprio un'estrema attenzione e un'estrema risolutezza nel tenere alta l'attenzione su quello che sta accadendo in Iran.
Da anni ormai, soprattutto negli ultimi anni, il mondo libero assiste con raccapriccio a un'ondata inaudita di repressioni, di violenze, orientate soprattutto nei confronti delle donne iraniane. Abbiamo ricordato il recente anniversario della morte di Jina MAHSA AMINI. Quell'anniversario ci deve ricordare costantemente il sacrificio di tantissime donne e tantissimi uomini che, in questi anni, sono scesi in piazza per chiedere il rispetto delle libertà fondamentali e lo hanno fatto a mani nude, e lo hanno fatto perché non hanno smarrito la speranza.
Se noi guardiamo le immagini di che cosa era Teheran prima del 1979, sono immagini che si trovano dappertutto, in tutti i social, noi capiamo che è possibile preservare le libertà individuali anche in Iran, perché è stato così. E anche noi quindi non dobbiamo perdere la speranza. Certo, l'attenzione del mondo oggi è concentrata sul conflitto. Proprio in queste ore, lo avete ricordato, centinaia di missili balistici scaricati su Israele da parte dell'Iran. Ma sono due facce della stessa medaglia, l'attacco violento fuori e dentro la repressione, perché è sulla repressione che questa gigantesca piovra costruisce il proprio potere da anni. E abbattere i proxy dell'Iran, abbattere il terrorismo, significa recidere il tentacolo forse più importante su cui si basa il potere di questa piovra.
Proprio il 26 settembre è stata approvata in Iran una nuova legge sulla protezione della famiglia tramite la castità, tramite la cultura della castità e dell'hijab.
Vedete come si procede? Vedete come ogni giorno, ogni settimana le repressioni aumentano? Forse proprio approfittando del fatto che l'attenzione del mondo libero è tutta concentrata sul conflitto. Ma anche questo è un conflitto, un conflitto violentissimo. E mi piacerebbe che non trovasse mai qualche forma di giustificazione intellettualistica nel dibattito pubblico. Quello che questo regime, il regime dei Mullah, così come il regime dei Talebani in Afghanistan, sta facendo.
Ecco perché la nostra attenzione e la nostra voce deve essere alta, non è un bla bla. Ma noi, come Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, abbiamo il dovere di tenere alta la voce, perché questa voce è la voce che hanno tolto alle donne afghane, che stanno togliendo alle donne iraniane, e che noi, viva Dio, uomini e donne del mondo libero, possiamo ancora usare per difendere chi si batte per le libertà, non solo nel loro paese, ma per le libertà di tutti noi.